CAPITOLO VI. 145 Ora dobbiamo portarci sur un campo di guerra assai più vasto e formidabile. In quell’Oriente da cui ci vennero un giorno i semi della civiltà, stava condensandosi una lue di popoli barbari, risoluti di fare invasione nella vecchia Europa; la quale pareva non avesse ornai più forze bastanti da opporre al minaccioso torrente. La nazione più esposta al fiero pericolo era la Grecia, quella prediletta sede delle arti e delle scienze, che quando la rimanente Europa era ancor barbara, vantava già tanti e così sublimi eroi, che facilmente divinizzali ottennero un culto il più universale e diuturno, sicché tutto il mondo ancora li ricorda nelle più popolari declamazioni, nella denominazione dei giorni, e dopo tanti secoli d’incontrastato dominio, sono ancor vivi i campioni che hanno tentato di dar loro lo sfratto dal campo della letteratura, senza poter dire che interamente vi siano riusciti; ed intanto sono essi- che fanno ancora buona parte delle^ spese per le altre arti, e massime per la scultura. Ma nei tempi in cui siamo con questa storia,, molte cagioni avevan concorso a renderla fiacca ed inetta la povera Grecia, e per prima l’ambizione e la perfidia de’suoi principi. Quasi tutta Europa, per ragioni politiche o religioso, aveva supremo interesse di respingere l’invasione dei Turchi, perchè troppo chiaro scorgevasi che I impelo di quella bufera era così gagliarda, da minacciarne la Grecia non solo, ma eziandio ben altre e più polenti nazioni. Si formò quindi una lega in favore dell'imperatore Paleólogo, e Venezia che difendendo lui veniva a difendere direttamente anche i proprii interessi, fu la prima a prendervi parie. Quando gli Ottomani fossero riescili ad ST. DEI. CONS. BEI DIECI —Voi. I. 19