CAPITOLO V. 121 inare per farsi incontro al nemico, ebbe a patire i danni di una fierissima burrasca. Per sopramercato, il Pisani riportò grave ferita. 1 Genovesi, com’è naturale, ne presero baldanza e divennero provocatori. A malincuore questa volta il Pisani accettava la pugna; ma, quasi costrettovi dall’universale impazienza de’suoi, facendo di necessità virtù, e gridando : Chi vuol bene a San Marco, mi segua, entrò in campo, dove fece prove-di tanlo valore, che in breve s’impadronì della capitana dei Genovesi, e ne uccise l'ammiraglio. Malgrado ciò, la lotta era ancor troppo ineguale, trovandosi in tanlo cattivo stato gli equipaggi dell’ armata veneziana; per cui questa fu vinta, lasciando in potere dell’avversario chi dice quindici e chi diciassette galee, e 1,900 prigionieri, tra i quali ventiqualtro patrizi. Allora, l’egoistica politica del governo veneto, d’un tratto dimenticò lutti i servigi recati dal Pisani alla re-publica; dimenticò il di lui valore, la di lui gloria, e gli fe’carico d’una sconfitta, della quale egli avrebbe potuto essere innocentissimo, anche senza tener conto delle sue anteriori proteste, e del fatto che s’ era finalmente lascialo indurre ad accettar la battaglia, con manifesto suo rischio e pericolo, solo per far allo di sommessione al Senato (1). (1) [Notiamo questa circostanza perchè risulti quanto più a torto il governo veneto gli abbia fatto colpa dell’ infelice esito della pugna. Nel Sa-noto troviamo : « 11 capitano Pisani fece sonar le trombe di battaglia, e chiamare i proveditori, i quali erano Michele Steno e Daniele Bragadino, e domandò loro da parte, se si doveva andar a ferire dentro i nemici, ovvero no. Fugli risposto per tutti, ch’erano d’opinione di ferire, e non St. bel Cons. bei Dieci — Voi. I. 16