— 69 — erano date le istruzioni per le trattative intorno ai capisaldi : riconoscimento di Vittorio Emanuele Re d’Italia e vicariato civile del Patrimonio di S. Pietro al Re d’Italia, — prerogative sovrane al Pontefice, — assegno fìsso al Pontefice ed al Sacrò Collegio in corrispettivo del perduto potere temporale, — libera Chiesa in libero Stato. Ogni speranza di accordo venne meno il 31 marzo. (Cfr. anche Gori, op. cit., p. 365, e Bolton King, op. cit., p. 226 segg.). Si noti la coincidenza delle buone speranze del Gabinetto dì Torino e con la pubblicazione del terzo opuscolo Napoleonico. — A p. 44 r. 24, Cavour giustamente pensava che si potesse e dovesse andare a Roma solo « di concerto con la Francia ». Cosi disse nei Discorsi del marzo dimostrandone ampiamente le ragioni, ed era evidente e necessaria condizione politica. Cosi anche, del resto, era comune opinione; tant’évero che tutti gli scrittori di allora, liberali o no, consideravano la Questione romana, in quanto ad una pratica soluzione o ad una effettiva opposizione, relativamente alla politica del-l’Impero francese. Il problema diplomatico comprèndeva, per tanto, due momenti distinti: il richiamo delle milizie francesi dal Patrimonio di S. Pietro, — il trasporto della capitale a Roma. La conciliazione, come il mezzo essenziale e più semplice, avrebbe naturalmente tolta via ogni difficoltà, ed il Cavour si mise per il cammino più logico : che se poi un’ intesa si fosse dimostrata impossile, il Governo italiano, giustificato dalla intransigenza pontifìcia, dopo di avere tentata la fortuna della politica più liberale e ragionevole e pacificatrice, avrebbe potuto aprire negoziati con la. Francia per risolvere intanto la prima parte della questione, e lasciare così al tempo ed alla forza ineluttabile delle cose il compimento di un’ opera, che era stata avviata con senno. Non diversamente doveva avvenire. Interrotte le trattative il 31 marzo con la Corte di Roma, il