LA “ÈVA,, DI ANTONIO RIZZO. « Se tua bellezza fu quale vive in questo marmo, qual meraviglia, Èva, se l’uomo non ti seppe resistere? » Così Raffaello Zovenzonio, l’umanista contemporaneo, lodava latinamente l’opera incomparabile, e, subendone quasi la suggestione, solo di questa sua statua sembra si compiacesse l’artista, se, solo qui, scrisse sul piedestallo a lettere capitali: Antonio rico. Eppure si potrebbe dire più bello Adamo: corpo possente d’ossa e di muscoli, agile, anatomicamente perfetto, ben piantato, mosso e vivo. Ascolta la condanna e con la mano al petto l’accoglie, levando la faccia dolorosa. Ma Èva, più che vera ed espressiva, è misteriosa. Domina fredda per potenza di stile, raccolta nella sua bellezza e nell’orgoglio della prossima maternità. Poteva compiacersi dell’Adamo il vivace scultore; dell’Èva si gloriava l’eccellente architetto, e il geometra caro a Luca Paccioli, matematico. Solo il consueto gesto pudico ricorda le Veneri antiche, mentre domina qui un acuto sentimento della natura, moderno, nordico, simile a quello dell’Adamo e dell’Èva del Van Eyck nell’altare famoso di Oand; senonchè l’umana miseria corporale freddolosa che ivi ci contrista è sentita dal latino come gloria della nudità. Fratello d’arte, solo Antonello da Messina, gran deggiante a Venezia nel 1475, sembrerebbe degno di quella testa, di quel taglio così netto e finito d’occhi e di bocca. Seguiamo i capelli fluenti che scendono dietro sino quasi alle anche, e pendono davanti in due treccie verso le mammelle; stupiamo della finezza dell’epidermide, fatta dalla nera patina più viva. Essendo la figura quasi raccolta dentro le linee di un cono, non ha chiazze, come l’Adamo, sulle sporgenze, ma è tutta un morbido colore. Non intendo dire del bronzo sostituito, ma del prezioso originale, che si potrà contemplare ora da presso come miracolo vivente, come la misteriosa sorgente della vita.