— 217 — voro italiano e lavoro straniero locale era moderatissimo; i più significativi confronti si verificavano non nella quantità, ma nella qualità; tra qualità di lavoro individuale italiano e qualità di lavoro individuale indigeno o straniero. L’italiano costruiva un dominio spirituale, non un saldo dominio economico nel suo sforzo. La sua vittoria troppo isolata, talora marginale nel campo dell’economia straniera, era qualitativa in un confronto con gli altri uomini. La posizione dell’italiano non era in colonia sull’orlo, diremo, di un disquilibrio economico che favorisse l’interesse più vivo degli indigeni per lui e per la sua vita. Il movimento industriale doveva dunque aggiungersi al lavoro immediatamente aderente alla capacità dell’individuo favorendo così, con un disquilibrio, il confronto e lo scambio. Non si poteva persistere su un tipo di lavoro, forse mirabile per la sua autonomia, ma poco potente e duraturo negli effetti. Rimanere avvinti a qualche lavoro isolato significava conquistare un predominio economico breve nel tempo, e non su popoli, o forti gruppi di popolazione, ma appena su qualche minimo gruppo e qualche individuo straniero. Forme di lavoro legate ad una salda associazione avevano più lunga vita, potevano svolgere azioni più estese e profonde, potevano allargare l’alone della loro influenza, condotte dall’individuo, potevano innalzare l’italiano isolato. Il quale, quando avesse voluto rimanere isolato, doveva necessariamente trovare un altro ostacolo : l’inesistenza o la poca robustezza del vincolo d’unione e di collegamento con i centri operanti nella metropoli, vale a dire, del legame entro i cui margini lo scambio avrebbe potuto trarre vita. L’Italia poteva inondare il mondo del suo lavoro, così frazionato, così infranto, senza costruire un dominio economico saldo e completo. Il confronto economico, il famoso confronto insegnato dai veneziani e dagli inglesi, anche quando avveniva sulla base qualitativa, costituiva un confronto tra individuo italiano in terra coloniale ed individuo straniero; il confronto con la metropoli era inesistente o sproporzionato, perchè lo stesso si limitava ai confini della terra straniera. L’emigrato inviava il frutto del suo lavoro in patria; ma fin quando ? Poteva sempre vivificare il focolare degli avi, quando egli costruiva un altro focolare, e quando nuovi più vivi interessi fami-gliari trattenevano all’estero, per i figli, una gran parte delle sue rimesse destinate prima all’Italia? (1). (1) Il terreno ove è la fonte persistente di guadagno assorbe ed affonda la pianta dell’emigrazione. È vero però che noi abbiamo molti esempi di emigrati che attuano il confronto, verso la fine della loro vita di lavoro, portando in patria i risparmi accumulati e godendo essi stessi i frutti del confronto.