altri fuggiaschi, coll’assicurazione che non avrebbero mancato di interessarsi alla sua sorte e di procurare la sua liberazione. Ma lo schiavo consegnato non seppe resistere alle lusinghe e minacce e, con la promessa di ottenere la libertà, rivelò che altri schiavi si trovavano a bordo, offrendosi anche di accompagnare i turchi sulla nave per indicare i nascondigli dei fuggiaschi. Una nuova perquisizione, avvenuta alla presenza dei baili che erano accorsi sulla nave ove rimasero qualche giorno, non diede però alcun esito. Tuttavia l’incidente non mostrava di calmarsi ; si chiedeva anzi, in mancanza degli schiavi, la consegna dei comandanti delle navi e del dragomanno Giovanni Perone, e correva voce che si volesse anche far condurre le navi nell’arsenale turco per sottoporle ad un nuovo minuto esame. La situazione si aggravò improvvisamente poco dopo, essendo stati visti galleggiare presso la riva di Tophanè alcuni cadaveri, provenienti, a quanto sembra, da naufragi avvenuti pochi giorni prima nel Mar Nero. Questa scoperta servì ad accendere vieppiù gli animi, venendo accusati i veneziani di aver trucidato gli schiavi da loro raccolti per evitarne la restituzione e non confessare la loro colpa. Tra la città in tumulto ed il visir avido ed avverso, colla presenza nel porto, in balia dei turchi, di due navi da guerra e di tre navi mercantili, davanti alle minacce che venivano pronunziate contro i mercanti, i baili e la repubblica, mentre al Civran era rifiutata la prima udienza dal visir ed al Morosini era di nuovo impedita la partenza, i due baili si decisero a por fine all’incidente accettando la consueta soluzione ossia sottoponendosi ad un forte esborso. « Premio pesante indispensabile al visir, agl’interessati et a suoi rapaci ministri in tale grave faccenda — scrivono i baili al senato — è stata l’obligatione con lagrime di vivo sangue da noi sottoscritta di consegnare nel tesoro d’esso primario ministro per conto suo proprio e degli altri tutti, che si sono in vantaggio di questa grave insorgenza per noi impiegati, borse settantacinque, che rillevano reali trentasette mille e cinquecento », mentre in un primo tempo erano state chieste 200 borse, pari a 100.000 reali. Ma ciò non bastava, e col pretesto dell’irritazione della corte e la minaccia di fare dell’accaduto uno sfavorevole e pericoloso rapporto al sultano, il visir riuscì ad estorcere ai baili altre 23 borse, ossia 11500 reali. Risolto così l’incidente, il Morosini potè partire con le navi venete ed il Civran fu ammesso all’udienza del visir. Ma la repubblica non approvò l’operato dei baili, mise sotto sequestro i loro beni, sospese il Morosini dalle cariche e titoli di cui era investito e richiamò il Civran, sottoponendo ambedue ad una inchiesta. Il ritorno del Civran ebbe però luogo solo nel 1681, dopo l’arrivo a Costantinopoli del nuovo bailo G. B. Donà. Il Civran, nella sua relazione, ritornò con calore sull’incidente del 1680, difendendo l’operato del Morosini e suo in quella circostanza, lamentandosi che i veri colpevoli, ossia 217