- 262 - sguardo alla sua casetta, rispose, a mezza voce: « Circa... tre o quattro... », mentre ben io vedeva, a occhio e croce, che le case erano quasi una trentina.... Compresi il femmineo timore, m’indirizzai a un farserota che in quella entrava nel villaggio; quegli mi disse che v’erano in tutto un sedici case di farseroti. Ora, poi che mi trovavo colà di passaggio, non volli più oltre insistere: e mi accontento qui, di conseguenza, a far salire a venti o trenta i focolari farseroteschi di Villa. Da Villa, lasciando dietro di me le ruine romane di Bestova, a sinstra dello Scumbi, passai fra le capanne farserotesche di Batai, a circa 400 metri dairomonimo villaggio turco. Richiesi anche là del complessivo numero di capanne, ma mi fu risposto, a rincarar la dose de’ miei insuccessi, che ciò non doveva interessarmi.... Domandai a un vecchio, che parvemi il celnico, come si chiamasse, e lui, squadrandomi dalla testa ai piedi, mi fece osservare, per tutta risposta, che non io avevo bisogno di saperlo!... Senza dubbio, se fossi disceso da cavallo per attaccare discorso con questi romeni, come pure con quelli di Villa, non sarei stato l’oggetto di tante diffidenze, e tutti mi avrebbero aperto il loro cuore.... Simile circostanza di fatto conoscevo da un pezzo, dato lo spavento ben noto che i Romeni hanno dei Turchi, per i soprusi d’ogni sorta fra cui gli infelici vegetano! Anche incontrando per via un Romeno, specie se farserota, quegli non dirà mai il nome preciso del suo Comune, rispondendo di provenire dai dintorni di Durazzo, di Cavaia, di Fe-reca o di Vallona, ossia dal centro più vasto presso il quale si trova il villaggio dove egli nacque. Egli è appunto per non incutere loro paura e per non farmeli ostili che io evitava di contare esattamente le loro ca-succie, appagandomi delle timidissime risposte collegate con quanto potevo vedere superficialmente.