- 73 — Finalmente, dopo una lunga serie di fatiche, giungemmo a toccare la vetta del Sinia, per scenderne di poi lungo un aspro sentiero che s’interna entro una foresta foltissima.... Qui regnava un silenzio di morte! Era in testa alla piccola carovana il gendarme romeno di Lunca; veniva appresso Balamace, e terzo io; in coda Lambi e il gendarme turco, stanco fra gli stanchi, essendo per di più maturo d’ anni.... Io m’era assunto il cómpito d’interrompere, di quando in quando, la taciturnità della troupe e del luogo con qualche frase diretta a Balamace, allorché m’accorsi, a un tratto, che il gendarme romeno, rivolgendosi allo stesso Balamace, prese a sburrargli in un'orecchio qualcosa, come alla sfuggita.... Subito dopo, i due cominciarono ad affrettare quasi vertiginosamente il passo nel bosco, fino ad attaccar la corsa.... La mia meraviglia doveva essere sempre più profonda in seguito, nel riscontrare che i due procuravano ad ogni costo di sfuggirmi; infatti, più io cercavo di approssimarmi a loro, e più essi precipitavano l’andatura, evitando cosi che io potessi farmi intendere alla voce! Appena a uno svolto, io potei gridar loro perchè corressero a quel modo come pazzi, mi sentii rispondere, più a gesti che a parole, che stessi zitto, e che muto li seguissi, senz’altro.... Solo a Lunca mi fu dato di sapere da Balamace che il gendarme romeno l’aveva allora messo sull’avviso di non più aprir bocca con me, essendo il punto, che traversavamo, pericoloso, e non poco, sì da non poter prevedere quale sorte ci avrebbe attesi; e Balamace, per non spaventarmi, aveva pensato di allungare il passo, tanto più che egli stesso era stato preso da gran pànico e non aveva stimato quindi opportuno di assommarlo col mio! Non ricordo adesso quanto tempo abbia durato quella fuga attraverso la foresta, per viottoli primitivi e certo raramente percorsi da piede umano...; il fatto sta che io aveva già dimenticato la stanchezza delle mie gambe, nel presenti-