— 16 — sparse sui pendii delie vallate; a sinistra passava la strada come un nastro attraverso i campi verdi e sconfinati, i quali si sperdevano nella lontananza dell’orizzonte; di fronte v’era il mare, la superficie del quale era interrotta ogni tanto da un picco di roccia che spuntava dall’acqua. Lungo la cinta delle mura venivano viottoli sul pendio della montagna, interrotti nel loro cammino da cunicoli di talpe. Per uno di questi viottoli un vecchio monaco si dirigeva verso la porta del convento, colle mani dietro la schiena. La sua tonaca era di lana grossa, cinta da un cordone bianco, il rosario usciva colla punta dal petto, gli zoccoli di legno trascinati sbattevano ad ogni passo. La sua barba era bianca e rada, gli occhi sbiaditi inespressivi, un po’ ebeti; nulla di rassegnato o di ascetico in lui. Arrivato alla porta suonò il campanello. Un frate venne ad aprire ed egli entrò nel cortile del convento, che sembrava abbandonato col suo pavimento di pietre quadrate, tra le quali crescevano in libertà fili d’erba alta. In mezzo al cortile uno stagno i cui orli erano inselvatichiti da varie specie d’erbacce. Grandi bardane, verbaschi, meliloti e cicerchie che tessevano i loro letti di fiori su tutta la vegetazione, soffocandola sotto lo scompiglio dei loro rami. Un balcone lungo, ombroso, sorretto da molte colonne, corrispondeva con il cortile per mezzo di una scala. Il vecchio apri la porta del corridoio e sparì nell’interno dell’edifizio. Nel muro lungo e alto del convento, dalla parte che guardava il giardino, erano praticate delle finestre con