Nel suo volume L'Intervento, Salandra espone schiettamente che né Sonnino né lui possono « esimersi dalla responsabilità dell’abbandono di Fiume » nella redazione del Trattato di Londra. A giustificazione, Salandra ricorda « la necessità inevitabile per quanto penosa » di « subordinare nella misura possibile, tuttavia in misura non irrilevante, i criteri etnici e linguistici ai criteri strategici e commerciali ». E soggiunge che nel negoziare quel Trattato il Governo italiano « non ebbe in mente la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico e il conseguente assetto dei territori che lo costituivano ». In altre parole : premessa la necessità di migliorare la nostra condizione di inferiorità strategica nell’Adriatico con l'acquisto di parte di isole e di territori dell'altra sponda ove permanevano evidenti tradizioni secolari e millenarie veneziane e romane, non conveniva soffocare, non dando loro alcuno sbocco al mare, le popolazioni miste al di là delle Alpi Giulie e Dinariche che sarebbero rimaste sotto la Monarchia degli Absburgo. Questi concetti guidarono i due uomini di Stato nei loro « lunghi colloqui » sul ponderoso argomento, dei quali Salandra scrive serbare « indelebile memoria ». È ben vero che, già quando si formulavano all'Austria-Urigheria le nostre richieste di compensi in caso di mantenimento della neutralità, taluno aveva osservato a Sonnino che l'opinione pubblica italiana, o almeno i nazionalisti, gli avrebbero rimproverato Vabbandono di qualsiasi nucleo italiano nell'altra sponda. Ma il pensiero di Sonnino era molto esplicito in proposito. Parlandosi un giorno di quei negoziati io gli riferii, ai primi del ’15, l'opinione di un deputato radicale molto influente, al quale avevo occasionalmente parlato. Il deputato affermava c'ie, sia restando neutri sia entrando in guerra, dovevamo chiedere ed ottenere tutta intera l’altra sponda adriatica, ove,